Come gestire un hotel in Scozia: da zero a cento

Uno dei motivi per cui viaggiare può creare dipendenza è che in viaggio ogni giorno è diverso, non sai mai quale avventura ti aspetterà una volta sveglio, e ogni giorno conoscerai tante nuove persone.

Credo di non aver mai conosciuto tante persone come quando lavoravo nell’hotel in Scozia.
Arrivavo dal Galles, dove avevo avuto uno scambio workaway, attraversando tutta l’Inghilterra in un treno veloce da Liverpool ad Edimburgo e quindi un altro treno locale fino ad Inverkeithing, superando il Forth bridge, patrimonio unesco.
In quell’hotel a conduzione familiare, un po’ approssimativa direi, mi ritrovai catapultato completamente in una nuova realtà. In Galles avevo già lavorato in un albergo per racimolare qualche pound pulendo le stanze, ma in Scozia fu completamente diverso.

Mi ritrovai infatti a ricoprire ogni ruolo, talvolta da solo, necessario alla gestione di quell’hotel da venti e più stanze.

Mi svegliavo la mattina e dovevo allestire la sala per la colazione, cucinare l’ english breakfast su richiesta e nel frattempo gestire i check-out degli ospiti. Finito l’orario della colazione, passavo a pulire le stanze e nel pomeriggio controllavo la reception, quindi: accogliere i nuovi ospiti, rispondere al telefono cercando di comprendere almeno l’essenziale da chi era dall’altra parte della cornetta, ma anche decidere i prezzi delle stanze aggiornandoli sul gestionale.

Avevo anche la responsabilità del bar, spillavo birre e servivo whisky. Non avevo mai servito whisky prima, quindi la prima volta che mi capitò, versavo nel bicchiere aspettando che la signora dall’altro lato, un’elegante anziana inglese, mi dicesse stop; le riempii mezzo bicchiere. Mi guardò scandalizzata, ma alla fine lo bevve tutto. E così insegnai agli inglesi ad essere opportunisti e feci ubriacare una vecchietta.
Gestire il bar comunque aveva tanti vantaggi, tipo andare a dormire la sera sempre con lo stomaco pieno di birra.

Talvolta qualche ospite veniva a chiamarti perché c’era una perdita d’acqua dal soffitto, così dovevi sfoggiare le tue doti da tuttofare italiano mettendo un secchio sotto la perdita.
Altre volte il problema era l’antenna della televisione, che risolvevi affidandoti a qualche rito tribale. Qualche bontempone invece, ti svegliava nel cuore della notte perché si era spezzata la chiave nella serratura, e in pigiama riuscivi a risolvere anche quella, perché ormai, dopo già due settimane che eri lì, conoscevi tutti i segreti di quel circo.

L’hotel era frequentato dalle più varie tipologie di clienti, un andirivieni di persone di ogni nazionalità.

Turisti, visitatori del Fringe festival di Edimburgo, operai che lavoravano al ponte, famiglie, viaggiatori solitari come me, bikers olandesi che mettevano a soqquadro la sala colazioni per cenare, marins canadesi, chi doveva operarsi all’ospedale, chi viaggiava per scoprire le origine del suo cognome.
Potrei stare ad elencare per ore la gente che passava da quell’hotel, ognuno con la sua storia e ognuno con il bisogno di raccontarti qualcosa di loro. O forse eri tu interessato a conoscerli e a fare domande, da dove venivano, dove andavano, perché lo facevano; e se eri fortunato ti lasciavano qualche fiorino di mancia. Un po’ era per accoglierli, dissuadendoli magari dalle varie mancanze dell’hotel, un po’, di più, era per curiosità, per aprire la tua finestra sul mondo da quel piccolo paesino in Scozia, così frequentato solo per la sua posizione strategica.

Non so cosa spinse la proprietaria dell’hotel ad affidarmi le sorti quell’attività, né cosa spingeva alcuni ospiti a ritenersi soddisfatti, lasciando recensioni positive on-line, forse la compassione. Ma furono due mesi e mezzo intensi, acquisii tante competenze e riuscii a visitare tanti bei posti in Scozia, come Edimburgo, Glasgow, Saint Andrews, Inverness, le Highlands, ma la cosa buffa è come si possa rimanere legati ad un paesino così piccolo, così sconosciuto, così lontano.

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