Pittare sui tetti gallesi

Ci sono avventure che compi nella vita cui, ripensandoci ad anni di distanza, stenti a credere di averle realmente vissute.

C’è stato un periodo della mia vita in cui mi svegliavo la mattina per andare a lavorare in un cantiere di una casa vittoriana in Galles.
Ero ospite di una famiglia del posto a Llandudno, sulla costa a nord del paese, contattata grazie a workaway.
Lui era nativo di lì, gallese doc, lei catalana di Barcellona, e una figlia che a quattro anni parlava già quattro lingue. Quali? Inglese, gallese, spagnolo e catalano. Per abbassare ancor di più la mia e suppongo anche la vostra autostima vi dirò che stava anche imparando qualche parola di cinese; ma c’est la vie, c’è chi nasce fortunato, e chi si complimenta con se stesso per aver appena scritto una frase fatta in francese.
Gestivano una scuola di lingue e una nursery (asilo nido). Per sviluppare la scuola di lingue avevano acquistato una casa vittoriana che sarebbe servita ad ospitare studenti dall’estero per soggiorni studio.
Sorgeva al 7 & 8 di Hill Terrace, sotto i pendii del Great Orme, il promontorio calcareo affacciato sulla costa a nord-ovest della città, una delle principali attrazioni turistiche della stessa.
La casa, come molte altre a Llandudno, era già adibita ad hotel, e si innalzava su due piani, più uno seminterrato, per un totale di circa venti stanze per gli ospiti.
Necessitava di una completa ristrutturazione, ragion per cui il giorno del mio primo approdo si presentava già come un cantiere aperto, con una squadra di almeno dieci operai a lavorarci.
Io dovevo aiutarli con i lavori più semplici come scrostare la carta da parati e pittare le pareti e i battiscopa in legno.
In cambio ricevevo vitto e alloggio e un preziosissimo corso d’inglese.
Inutile dire che quel lavoro non mi pesava per niente. Anzi, arricchiva il mio bagaglio tecnico-pratico e quello culturale. Condividevo le mie mattinate con quei lavoratori, piano piano tra un lavoro ed una pausa pranzo condivisa, imparavo a conoscerli, carpivo le loro storie e le loro usanze.

In quel cantiere, tra tutta quella polvere, moquette consumate e assi di legno scricchiolanti, mobili vecchi, calcinacci, secchi di vernice e caschetti gialli mi sentivo a casa.
Mi manca ancora la quotidianità di quel periodo, raggiungere l’hotel attraversando la città a piedi, salutare tutti e scoprire quale lavoro mi spettasse, mi manca il caffè nei giorni di pioggia, mi manca pittare con in sottofondo la radio inglese, mi manca essere chiamato Luighi. Potrei tornare, avrebbe le sue emozioni, ma non sarebbe lo stesso.

Un giorno aiutai nel sottotetto, bisognava sistemare per poter posizionare il nuovo materiale isolante. Mentre aspiravo i tanti detriti tra le intercapedini, notavo tra questi, pezzetti di vecchi giornali.
Su uno di questo, leggermente più grande, riuscii a leggere qualche frase: era un articolo riguardante la guerra, non so se la prima o la seconda guerra mondiale; la pratica di inserire fogli di giornale come isolante risaliva a quegli anni. Mi emozionai leggendo quelle righe, toccando quella carta che era stata posata tanti anni prima da chissà quale operaio, con chissà quale storia. La mia storia si intrecciava con la sua e con quella della casa, ne facevo parte nel mio piccolo anche io, le stanze che pittavo avrebbero visto chissà quanta gente in quel paese lontano. Forse è questo, un po’, uno dei lati poetici del fare l’operaio edile.

Era una giornata di primavera inoltrata quando passai a pittare le mura esterne sull’impalcatura, l’ultimo piano, a ridosso del tetto. C’era il sole, dalla posizione privilegiata cui mi trovavo la vista su quella elegante cittadina affacciata sul mare d’Irlanda era spettacolare . Ci penso spesso a quella scena, la uso come immagine di copertina nel ricordare quei tempi che allora erano ordinari e oggi mi sembrano straordinari.

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